Io sono il cantastorie siciliano Mauro Geraci “chi ama la puisia e la paci”, scrisse in una dedica il grande poeta Ignazio Buttitta nel lontano 1982. Come la Sicilia di noi cantastorie, il mio sito vuol essere una Casa che diventa una Piazza poetica aperta al Mondo e sul Mondo. Tutt’altro che un’isola! Una piazza libera, politicamente scorretta, che ricerca la conoscenza reciproca, lo scambio di idee e opinioni e che rifugge da ogni pensiero unico, da ogni ortodossia morale, da ogni dogma, luogo comune o stereotipo. Quando vorrete, se vi farà piacere, potete entrare e fermarvi in Casa Geraci ad ascoltare storie e ballate, comiche o drammatiche, in siciliano o italiano, che compongo e canto con la mia chitarra invitandovi a riflettere sui drammi che infestano la contemporaneità in cui ci troviamo a vivere, se non a morire. Dal forum Piazza Geraci potrete anche aiutarmi attivamente a portare a termine le mie proposte di storie e ballate fornendomi notizie aggiuntive, testimonianze inedite, correzioni o avanzando voi stessi temi, vicende, argomenti che, come si diceva in Sicilia, meriterebbero “di faricci a canzuna”. Del resto, scriveva sempre il poeta Buttitta, il cantastorie non canta ciò che vuole ma ciò che pesca e ascolta dalla Piazza del popolo: “a chiazza è un puzzu, lu pueta cala u catu e tira acqua pulita”; “lu pueta è latru” è un “piscaturi cu li riti cunzati tutti li staciuni”. E’ una Piazza che, direbbe il mio grande Maestro Franco Trincale (il “provocantore”), punta a “far scuola”, a promuovere una riflessione disincantata e dialettica sui fatti che ci circondano, sulla storia in cui rischiamo di annegare e dalla quale la nostra voce risale a galla, forte a cantare. La Casa e la Piazza del cantastorie Geraci sono vostre…

Prego, entrate!

 

ULTIMISSIME DUE!!!
Sul vergognoso scempio del Teatro Nazionale di Tirana

AL MATTINO, A TIRANA:  17 MAGGIO 2020
La vergognosa demolizione del Teatri Kombëtar
Versi e musica di Mauro Geraci

Ci sono riusciti! Il malgoverno albanese e il malaffare del cemento, lo scorso 17 maggio, con le ruspe protette da un vero e proprio blitz militare, hanno in piena notte e in pieno lockdown che impediva alle persone di scendere in piazza, demolito il Teatro Nazionale di Tirana. Col pianto negli occhi, nella voce e nella chitarra vi presento, allora, Al mattino, a Tirana, che fa propria la profonda affezione che il Teatro aveva assunto nella vita artistica, culturale, sentimentale come nella memoria storica di Tirana e dell’Albania che non riusciranno mai a distruggere!

 

 

Il Teatro abbattuto
nella notte a Tirana
con il fumo va via
dalla Grande Albania
ma da quelle  macerie
rispuntano gli occhi
gli sguardi potenti
dei perdenti vincenti.

Si rialzano in piedi
registi ed attori
coi costumi bruciati
pure gli spettatori
e col Sole sul palco,
il sipario non c’è,
tutti in coro in un fiato
e risorge il Teatro

più identico e uguale di quello abbattuto
che non chiede più aiuto all’Italia, all’Europa ed ai giornali che han sempre taciuto,
un teatro che s’apre alle storie del mondo
e che tira poesie su dal cuore profondo,
un teatro a Tirana per chi soffre e chi ama
e per un’Albania che mai più vuole Rama.

Non volevano il morto
e così li han picchiati
senza numeri al petto
i soldati mandati
da quei capi bastardi
che riciclan miliardi
e di voti contesi
e non sono albanesi.

Fuorilegge alle spalle
con le ruspe han colpito
la città nella notte
perde sangue a fontana
poi col pianto represso
la ferita si sana
il Teatro è lo stesso
al mattino, a Tirana

dove più non c’è Rama, dove il sindaco è andato
a quel paese da cui non si torna e dove in coro ce l’hanno mandato,
la Tirana che vince quell’atroce viltà
di chi ha messo gli artigli sulla bella città
e in un’ora ha creduto d’ammazzare la storia
e la memoria, e la memoria.

 

 

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TEATRO, ULTIMO ATTO 
Versi e musica di Mauro Geraci

Nei due anni e mezzo, quasi, che hanno preceduto il blitz politico-militare con cui l’attuale governo albanese ha buttato a terra il meraviglioso complesso del Teatro Nazionale costruito nel 1938 da Giulio Bertè, pochissimi sono stati i giornali e le tv che ne hanno parlato, che hanno collaborato a denunciare quanto era stato da tempo minacciato, che hanno dato un loro sia pur piccolo contributo a evitare che l’infamia venisse portata a termine. E ciò nonostante io, in prima persona, e molti altri si siano fatti in mille per informare, sensibilizzare, coinvolgere la stampa e i mezzi d’informazione di molti paesi. Quasi nessuno ne ha parlato! Come se i mezzi d’informazione fossero conniventi con chi voleva la distruzione del Teatro o ne avessero subito l’imposizione a mantenere il silenzio. Ora, invece, fanno a gara a parlarne, a scriverne in un bel girotondo informativo fatto di veline, di brevi notizie con cui si mettono la coscienza a posto come Pilato, che vogliono dare il contentino a chi sta soffrendo per il delitto commesso, che ti danno una pacca sulla spalla spingendoti a dimenticare e ad andare presto al mare, che girano attorno a un patrimonio che ormai è andato distrutto e non c’è più.  Un questa brevissima ballata non voglio far riflettere sul Teatro che non c’è più (a questo ho già dedicato Non cade il Teatro – Teatri nuk bie e Al mattino, a Tirana: 17 maggio 2020) bensì su questo ipocrita, tardivo, oscuro, torbido, gommoso, viscido girotondo informativo internazionale che, oggi e non ieri, gira attorno alle macerie .

Da due anni a perdifiato
ai giornali e alle tv
l’abbiam detto che il Teatro
lo voleva buttar giù

quella mafia del palazzo
che a Tirana in Albania
con l’Europa fa intrallazzo
di socialdemocrazia.

E il Teatro come Floyd
l’hanno ucciso con violenza
or la mano con squallore
metton sopra la coscienza.

 

Immagini delle manifestazioni di protesta per l’abbattimento del Teatro Nazionale di Tirana (18 gennaio 2020).


Così arrivan le veline
e si passano la palla la la la la,
brevi brevi, piccoline,
una pacca sulla spalla la la la la,
a chi piange con la rabbia
alla gente che è incazzata,
a chi fuori dalla gabbia
vuol cantare una ballata.

C’è
L’Espresso e il New York Times,
c’è Le Figaro e Le Mond,
El Pais, il Washington
e ora fanno il girotond.

Tutti a scriver del Teatro
già sepolto e che vuoi fare,
volta pagina e tra poco
tanto tutti andremo al mare.

Su
Repubblica ed Il Fatto,
sulla Stampa ed il Corriere
sfoglierem l’ultimo atto
sotto l’ombra del potere.

Poi un bel tuffo, una nuotata
una doccia e stesi al sole le le le le,
dopo al fresco la mangiata
e la siesta se Dio vuole le le le le.
La velina sul giornale
poi finisce nel cestino
e il Teatro Nazionale
se lo porta lo spazzino.

 

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